Dalla giornata mondiale dei poveri

 
Abbiamo vissuto la giornata dei poveri; l’ha indetta Papa Francesco, che non finisce di stupirci per la grande apertura di cuore che sta portando alla Chiesa ed a ciascuno di noi. La “giornata” è stata un richiamo prezioso per mettere al centro della nostra attenzione le persone che molto spesso sono, o mettiamo, ai margini della nostra vita.
I primi poveri che incontriamo sono accanto a noi. La prima carità è la carità di vicinato; spesso non c’è bisogno della Caritas, c’è solo bisogno della nostra attenzione. So di persone che fanno ogni giorno la spesa per la nonnina dell’ultimo piano. Di coppie anziane che si prendono cura di un bambino quando la sua mamma deve andare al lavoro o anche solo alla scuola per ritirare il figlio più grandicello. Di maestre in pensione (e non solo in pensione) che danno una mano a fare i compiti a bambini che non possono avere alcun aiuto in famiglia. Di uomini che si adoperano per portare in auto alla visita medica chi da solo non è in grado di muoversi da casa. Di vicini o condomini che sopportano con pazienza qualche molestia che può venire da un vicino con disabilità psichica, incoraggiando così anche i suoi familiari - spesso umiliati da recriminazioni senza cuore - a portare un peso non piccolo.
Ci sono persone o nuclei familiari che hanno bisogno di un sostegno assiduo; può essere utile o necessario segnalarli alla nostra Caritas; ma questa segnalazione non ci esime dalla attenzione ed amicizia personale.
Ci sono poi i poveri di passaggio, spesso senza lavoro e senza casa. Nelle situazioni più gravi sono ormai degli homeless che non hanno prospettive realistiche per una sistemazione migliore. Non pochi di loro vengono a bussare alla chiesa. Come aiutarli? Per aiutare il povero, prima di tutto occorre vederlo, accorgersi che esiste, che è un essere umano, che ha bisogno; che forse posso fare qualcosa per lui. Vederlo come persona, e non come oggetto da scartare. E’ difficile guardarlo negli occhi, ma è la prima cosa da fare. E’ difficile dargli la mano dopo che gli si è data una moneta, ma dobbiamo farlo. E’ difficile salutarlo, ma dobbiamo farlo. Conoscendoli meglio, potremo anche sovvenire meglio a qualche loro necessità. 
Infine diciamo un no senza incertezze alla cultura negativa di chi dice: “i guai che ha se li merita”; “che cosa vengono a fare da noi?”; “non gli do niente perché li spendono male”; “questa gente non si merita nulla”; “non sono della nostra religione”…
Guardiamo a Gesù: siamo cristiani, siamo di Cristo. Ricordiamo il monito di S. Ignazio di Antiochia, vescovo e martire dei primi decenni della Chiesa: “E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo!”.

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